Eutanasia

L’eutanasia – letteralmente buona morte (dal greco ευθανασία, composta da ευ-, bene e θανατος, morte) – è la pratica che consiste nel procurare la morte nel modo più indolore, rapido e incruento possibile a un essere umano (o ad un animale) affetto da una malattia inguaribile ed allo scopo di porre fine alla sua sofferenza.

Quella indicata in epigrafe è la moderna concezione di eutanasia, peraltro oggetto di controversie. Nel pensiero filosofico antico, invece, essa indicava – in genere – una morte serena e consapevolmente accettata come naturale chiusura della vita (eventualmente autoinflitta).

Le opinioni e gli orientamenti sulla definizione dell’eutanasia sono molteplici e dipendenti dal variare del contesto storico, sociale, culturale, legislativo cui ci si riferisce. Alcune possibili definizioni:

  • rispetto al significato proprio del termine, l’eutanasia è volontaria, ossia esplicitamente richiesta – se del caso, più di una volta e in momenti differenti – e autorizzata dalla persona malata;
  • rispetto alle modalità di attuazione, si parla di eutanasia attiva qualora la morte sia provocata in maniera diretta – ad esempio con la somministrazione di sostanze tossiche – ed eutanasia passiva qualora la morte sopraggiunga in via indiretta, generalmente a seguito della sospensione delle cure indispensabili a tenere in vita il malato;
  • nel caso non vi sia intervento diretto di terzi si parla di suicidio assistito, forma di eutanasia che può essere definita indiretta in quanto consiste nel fornire alla persona richiedente i mezzi e le competenze necessarie a terminare la propria vita nel modo più indolore possibile.
  • non si può definire eutanasia la cessazione delle cure dopo la diagnosi di morte, in particolare dopo la diagnosi di morte cerebrale.

Si rimanda a voci apposite per la trattazione dell’eutanasia infantile (relativa ai minori di 12 anni), e di quella animale.

Nascita del termine “eutanasia”

Il filosofo inglese Francis Bacon introdusse il termine “eutanasia” nelle lingue moderne occidentali nel saggio Progresso della conoscenza (Of the Proficience and Advancement of Learning, 1605). In questo testo, Bacon invitava i medici a non abbandonare i malati inguaribili, e ad aiutarli a soffrire il meno possibile. Non vi era però, nell’idea di Bacon, il concetto esplicito di dare la morte. Allo stesso termine “eutanasia” Bacon attribuiva solo il significato etimologico di “buona morte” (morte non dolorosa); lo scopo del medico doveva essere quello di far sì che la morte (comunque sopraggiunta in modo “naturale”) fosse non dolorosa.

Il termine iniziò ad avere corso comune a partire dalla fine del XIX secolo, a indicare un intervento medico tendente a porre fine alle sofferenze di una persona malata. In tale periodo emerse esplicitamente il concetto di “uccisione per pietà” (talora – anche se non sempre – identificabile con la fattispecie dell’omicidio del consenziente) come pratica non riprovevole in linea di principio.

L’eutanasia nell’antichità 

La questione della correttezza morale della somministrazione della morte è un tema controverso fin dagli albori della medicina. Nel Giuramento di Ippocrate (circa 420 a.C.) si legge: Non somministrerò ad alcuno, neppure se richiesto, un farmaco mortale, né suggerirò un tale consiglio; similmente a nessuna donna io darò un medicinale abortivo. D’altra parte, nel mondo classico, in determinate condizioni, il suicidio (e l’assistenza allo stesso) era spesso considerato con rispetto. Simili indicazioni etiche e deontologiche si possono rintracciare nel primo corpus legislativo della storia, il Codice di Hammurabi. Nell’Antico Testamento viene citato il caso di un suicidio assistito: quello del Saul (II Samuele 1,6-10): un soldato uccide Saul su sua richiesta; ma David in seguito condanna quel soldato a morte per omicidio. Le correnti di pensiero nell’ambito della filosofia morale più diffuse in epoca classica pre-cristiana, cioè l’epicureismo e lo stoicismo, consideravano il suicidio in linea di massima come un atto eticamente accettabile e degno di rispetto, in determinati contesti, senza trattare l’eutanasia medica come tipologia specifica. Erano citati esempi considerati ammirevoli come suicidio di Socrate e quello di Seneca.

L’eutanasia nel vangelo cristiano

Volendo rileggere il vangelo alla luce della moderna scienza medica, si può interpretare uno dei più famosi passi di esso, la Passione, come una forma di eutanasia per mettere fine alla sofferenza di Gesù crocifisso. In tale ottica Matteo (Mt 27,33-34) descriverebbe un tentativo di avvelenare Gesù sul Golgota, col vino mischiato a fiele (anticamente si riteneva che il veleno del serpente, l’aspide, fosse contenuto nel suo fiele). Luca, che era medico, racconta che i soldati, inzuppata una spugna nell’aceto e postala in cima a una canna d’issopo, la spinsero sulla bocca di Gesù, che tuttavia rifiutò di berne. Questo gesto, che viene generalmente interpretato come un atto di disprezzo e di crudeltà dei soldati verso Gesù (assetato), potrebbe invece essere letto come compassionevole: l’aceto infatti provoca rapida acidosi metabolica, perdita della coscienza, coma acidosico e morte. In generale, comunque, il Vangelo non sembra commentare questa vicenda da un punto di vista morale (né, per altro, quella del suicidio di Giuda Iscariota). Le posizioni etiche di origine cristiana sul tema dell’eutanasia paiono dunque derivare dall’applicazione di principi e insegnamenti più generali.

Il programma eugenetico nel nazismo

Il programma eugenetico nazista Aktion T4 fu anche chiamato «programma eutanasia», espressione che venne utilizzata allora da molti di coloro che erano coinvolti in quest’operazione, ma non può essere considerata a tutti gli effetti eutanasia: non prevedeva infatti il consenso dei pazienti, ma la soppressione contro la loro volontà. Il programma non era poi motivato da preoccupazione per il benessere dell’ammalato, come il desiderio di liberarlo dalla sofferenza, l’Aktion T4 veniva invece portato avanti principalmente a scopo eugenetico, per migliorare l’«igiene razziale» secondo l’ottica dell’ideologia nazista allora imperante. Mirava inoltre a diminuire le spese sanitarie ed assistenziali statali, considerando che le priorità economiche erano rivolte ad altre voci come il riarmo militare. Il programma fu definito dai contemporanei come una «eutanasia sociale». A fronte di una grande opposizione interna il programma fu ufficialmente abbandonato nell’estate del 1941.

L’idea di ricorrere all’eugenetica si ripropose già all’inizio dell’anno successivo, con l’insuccesso dell’Operazione Barbarossa, questa volta in un contesto militare. Le notevoli difficoltà che la Wehrmacht incontrava durante la campagna sul fronte orientale indusse i comandi a prevedere dei «gruppi di eutanasia» il cui compito era «aiutare i soldati feriti». Anche su questo programma i vertici nazisti cercarono di stendere il velo della segretezza. Nelle ultime fasi del Terzo Reich testimonianze dirette riportano addirittura, che nella propaganda fosse prevista una sorta di eutanasia di stato, chiamata dai burocrati del regime «morte indolore mediante gas», da preferirsi nettamente al cadere in mano sovietica.

Argomenti pro e contro l’eutanasia volontaria

Ragioni a favore dell’eutanasia volontaria:

  • Scelta: La scelta è un fondamentale principio democratico. L’idea che il cittadino sia libero nelle sue opinioni e nel suo voto presuppone che egli sia anche sovrano su una sfera privata, dove i suoi valori di coscienza sono insindacabili 
  • Qualità della vita: Il dolore e la sofferenza che una persona sperimenta durante una malattia può risultare incomprensibile, anche se trattata con analgesici, ad una persona che non c’è passata attraverso, la decisione pertanto non può spettare ad un terzo. Anche senza considerare il dolore fisico, è spesso difficile per i pazienti far fronte alla sofferenza psichica per aver perso la loro indipendenza. La società non dovrebbe forzarli a sopportare queste difficoltà.
  • Risorse: Oggi in molti paesi c’è carenza di posto negli ospedali. Inoltre le risorse umane e quelle dei posti letto potrebbero essere usate per le persone le cui vite possono essere salvate invece di mantenere in vita quelli che vogliono morire. Questo incrementerebbe la qualità generale delle cure ed abbrevierebbe le liste d’attesa degli ospedali.

Ragioni contro l’eutanasia volontaria:

  • Giuramento di Ippocrate: Ogni dottore deve giurare su qualche variante di esso, ma la versione originale esclude esplicitamente l’eutanasia.
  • Morale: Per alcune persone l’eutanasia di alcuni o di tutti i tipi è moralmente inaccettabile.Questa visione di solito vede l’eutanasia come un tipo di omicidio e l’eutanasia volontaria come un tipo di suicidio, la moralità del quale è oggetto di vivo dibattito.
  • Teologica: Molte religioni e moderne interpretazioni religiose considerano esplicitamente sia l’eutanasia che il suicidio come atti peccaminosi.
  • Piena consapevolezza: L’eutanasia può essere considerata “volontaria” soltanto se il paziente è pienamente consapevole per prendere la decisione, cioè, se ha una comprensione razionale delle opzioni e delle loro conseguenze. La piena consapevolezza può essere difficile da determinare o addirittura da definire.
  • Necessità: Se c’è qualche ragione per credere che la causa della malattia o della sofferenza di un paziente è o sarà presto risolvibile, a volte la cosa giusta da fare sembra quella di provare ad iniziare una nuova cura o dedicarsi a cure palliative.
  • Desideri della famiglia: I membri della famiglia spesso desiderano passare più tempo possibile coi loro cari prima che muoiano.
  • Pressione: Tutti gli argomenti elencati a favore dell’eutanasia volontaria possono essere utilizzati dal personale ospedaliero per metter su una pressione psicologica terribile e continua sulle persone per farle acconsentire all’eutanasia volontaria. Nei paesi con un sistema sanitario simile a quello della Gran Bretagna, il personale ospedaliero avrebbe degli obiettivi da raggiungere. Alcune persone vedono questa eventualità come una prospettiva terrificante.

Le opinioni

L’eutanasia è oggetto di vivo dibattito e al centro di accese controversie in ambito morale, religioso, legislativo, scientifico, filosofico, politico ed etico.

Distinzioni preliminari

Una prima distinzione di massima si può tracciare tra le seguenti posizioni:

  • dal punto di vista giuridico, morale e religioso vi è chi tende a considerare l’eutanasia attiva una fattispecie assimilabile all’omicidio. Anche dal punto di vista della deontologia medica qualche complicazione concettuale sorge dalla non semplice riconducibilità dell’eutanasia attiva ai concetti fondanti della medicina, diagnosi e terapia;
  • riguardo all’eutanasia passiva vi è chi pone in evidenza la sostanziale diversità – nel modo “naturale” con cui avviene la morte – rispetto all’eutanasia attiva (bisogna anche aggiungere, per completezza di trattazione, che molti tendono a non considerare “eutanasia” quella passiva, consistendo tale pratica – in gran parte dei casi – solo nell’astensione a praticare terapie nel pieno diritto – sancito dalla legge – da parte del malato di rifiutarle);
  • c’è una netta tendenza alla diversità di approccio sull’argomento tra gli ambiti religioso e morale, da un lato, e quello giuridico dall’altro. Le posizioni bioetiche ufficiali della Chiesa Cattolica, ad esempio, esprimono l’idea che non vi è alcuna distinzione tra eutanaia passiva ed eutanasia attiva e che queste forme devono essere considerate moralmente identiche. Al contrario nella giurisprudenza e nel codice di deontologia medica i due casi devono essere considerati in modo nettamente diverso: la Legge, infatti, proibisce ad un medico di compiere terapie senza il consenso del paziente, quindi ulteriori limiti e divieti si possono porre solo sull’eutanasia attiva, mentre non può si può fare nulla riguardo all’eutanasia passiva che di fatto può essere “garantito” dai diritti del paziente.
  • anche il dibattito sul c.d. “suicidio assistito” non è esente da distinguo o assimilazioni: mentre, ad esempio, esso viene considerato da taluni analogo all’eutanasia passiva (in quanto mezzo per procurare la morte), esso è una forma “intermedia” che nondimeno mantiene una sostanziale differenza rispetto all’eutanasia attiva, in quanto non prevede, da parte del soggetto assistente, alcuna partecipazione diretta alle azioni che conducono alla morte del richiedente (anche qui varrà la pena di ricordare che, comunque, la fattispecie di assistenza a un suicidio può configurarsi come reato a sè stante, come spiegato più avanti);
  • appare largamente condivisa comunque una discriminante fra la situazione di persone che chiedono l’eutanasia in quanto malati terminali, e quelle che invece, pur non essendo prossime alla morte, la richiedono la pratica per porre fine a sofferenze insostenibili di vario tipo e non sufficientemente trattabili da alcuna terapia del dolore;
  • altrettanto condivisa – e, in talune forme, anche recepita nella pratica giurisprudenziale e giurisdizionale – appare la discriminante tra persone che richiedano l’eutanasia in condizioni di piena capacità di intendere e di volere (indipendentemente dal fatto che abbiano la possibilità materiale di attuare praticamente il proposito, vedi il caso-Welby) rispetto a coloro che si trovino in situazioni di incoscienza irreversibile (coma, stato vegetativo persistente) e, comunque, incapaci di esprimere qualsivoglia volontà;
  • abbastanza recepita anche nell’attività giurisdizionale appare anche la distinzione circa la preterintenzionalità o meno dell’azione che causa la morte: per esempio, il decesso sopravvenuto a causa di effetti collaterali (o sovradosaggio resosi necessario a causa di assuefazione a dosi più basse) di un farmaco, è talora trattato in maniera differente da quello che fa seguito alla somministrazione di qualsivoglia sostanza allo scopo primario di procurare la morte; talvolta più dibattuto il caso di sospensione dell’alimentazione che, a seconda degli orientamenti e dei punti di vista, può essere considerata eutanasia passiva ovvero attiva.

Posizioni politiche italiane

Nel marzo 2006 l’allora ministro italiano dei Rapporti con il Parlamento Carlo Giovanardi dichiarò che «…la legislazione nazista e le idee di Hitler in Europa stanno riemergendo, per esempio in Olanda, attraverso l’eutanasia e il dibattito su come si possono uccidere i bambini affetti da patologie». La dichiarazione diede luogo a un contenzioso diplomatico, a seguito del quale l’ambasciatore italiano nei Paesi Bassi fu formalmente convocato dal governo dell’Aja per dare spiegazioni. Il ministro in seguito chiarì di aver parlato a titolo personale e non a nome del governo; vari esponenti della sua coalizione hanno comunque difeso il suo pronunciamento. La dichiarazione di Giovanardi fu, altresì, oggetto di pesanti critiche, tra cui quelle di Daniele Capezzone, allora segretario dei Radicali italiani, che chiese formalmente le dimissioni del ministro, e quelle di 46 europarlamentari, che ne chiesero le dimissioni dal parlamento europeo.

Il 22 settembre 2006 Piergiorgio Welby (copresidente dell’Associazione Luca Coscioni, che si batte per il diritto dei malati a decidere della propria sorte, nonché per la libertà di ricerca scientifica), affetto da distrofia muscolare, in una lettera aperta al presidente della Repubblica ha chiesto il riconoscimento del diritto all’eutanasia. Napolitano ha risposto auspicando un confronto politico sull’argomento.

Più in generale si possono individuare in seno al Parlamento tre aree, trasversali agli schieramenti politici, aventi tre posizioni differenti sull’argomento-eutanasia:

  • un’area contraria, che va da gran parte del centro-destra (in particolare in seno ad AN, ma anche nel UDC e una frangia di Forza Italia e della Lega Nord) ai cattolici del centro-sinistra (l’UDEUR e La Margherita) i quali affrontano la questione dell’eutanasia secondo i principi morali (spesso di base religiosa) sui quali si fondano gli stessi partiti arrivando ad assumere una posizione fermamente contraria riguardo al problema;
  • un’area “possibilista”, costituita in gran parte dagli ex Democratici di Sinistra, la quale si trova nell’esigenza di dare risposte alla base laica del suo elettorato e al contempo convivere nella coalizione di governo con gli altri partiti, alcuni dei quali di ispirazione cattolica come la Margherita, con cui i Ds si sono uniti nel 2007 nel Partito Democratico. La posizione di quest’area (tranne sporadiche eccezioni) è quella di procedere per gradi e affrontare temi meno controversi come il testamento biologico, pur non escludendo a priori il dibattito sull’eutanasia, rimandato a un momento di minore conflittualità ideologica sulla materia.
  • un’area favorevole, che va dal gruppo Rosa nel Pugno (socialisti e radicali) e la Sinistra radicale (Comunisti Italiani, Rifondazione Comunista e Verdi) fino a esponenti di entrambi gli schieramenti: liberali della coalizione di centro-sinistra ma anche di destra (Riformatori Liberali), repubblicani della coalizione di centro-destra (es. Antonio Del Pennino), laici dentro Forza Italia (es. l’ex socialista Chiara Moroni). Tale area caldeggia un dibattito sull’eutanasia e l’allineamento dell’Italia alle legislazioni europee più favorevoli all’eutanasia, segnatamente quella dei Paesi Bassi.

La battaglia delle associazioni che si battono per una regolamentazione dell’eutanasia in senso non restrittivo si rivolge, oltre che – ovviamente – sulla richiesta della sua legalizzazione, anche sulla liceità e sul valore legale della sottoscrizione, da parte di chiunque, di cosiddette “dichiarazioni” (o “direttive”) “anticipate” qualora questi, in futuro, si venisse a trovare nell’impossibilità di opinare sulle cure ricevute.

Comitato nazionale per la bioetica

Il Comitato nazionale per la bioetica (CNB) ha discusso ed effettuato ricerche su varie problematiche legate all’eutanasia e al rispetto delle volontà del malato. Fra i documenti del CNB più attinenti alla tematica del trattamento di quelle fasi in cui il malato non può esprimere volontà si citano:

  • le Dichiarazioni anticipate di trattamento (talora anche chiamate Direttive anticipate)  del 18 dicembre 2003;
    Tale documento tratta la natura delle c.d. “dichiarazioni anticipate”: vi si affrontano aspetti tecnico-legali quali la validità delle stesse, la vincolatività – se cioè debbano essere considerate obbligatorie od orientative – l’efficacia delle direttive anche a distanza di anni tra la loro stesura e l’eventuale attuazione di quanto in esse disposto, l’opportunità per il dichiarante di nominare anche un fiduciario che garantisca per l’attuazione delle direttive anticipate.
  • L’alimentazione e l’idratazione dei pazienti in stato vegetativo persistente del 30 settembre 2005.
    In questo documento (composto poco dopo la morte di Terri Schiavo) la relazione di maggioranza (2/3) descrive la PEG (alimentazione e idratazione con sondino) come non assimilabile al caso di accanimento terapeutico.

Infine, l’eutanasia è materia d’insegnamento nei corsi di bioetica clinica, nella branca della bioetica; a partire dal (2005) sono in attivazione corsi al riguardo in tutte le facoltà di medicina italiane. Essi prevedono programmi con insegnamenti di etica allo scopo di formare degli operatori in grado di dibattere il problema con cognizione di causa.

Posizioni religiose

La Chiesa Cattolica è contraria sia all’eutanasia che all’accanimento terapeutico, mentre è favorevole alle cure palliative, anche nel caso in cui il ricorso ad esse possa avere come effetto secondario il rendere più breve la vita del paziente.

Le Chiese Riformate, anche a causa della loro particolare struttura gerarchica, hanno spesso posizioni interne più variegate ed elastiche.

Sondaggi e inchieste

Da un sondaggio dell’aprile 2006, pubblicato anche su Torino medica, l’organo ufficiale dell’Ordine provinciale dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri della Provincia di Torino, e avente come target infermieri (in maggioranza tra i 30 e i 40 anni, impiegati in reparti di terapia intensiva, lungo-degenza e chirurgia), è emerso che:

  • il 74% degli infermieri interpellati è favorevole alla “dolce morte” passiva
    • di cui l’83% anche a quella attiva
  • il 44% ha avuto diverse esperienze di pazienti che hanno chiesto espressamente e ripetutamente di morire perché venisse posto fine alle loro sofferenze atroci e senza speranza.
  • il 76% invoca il testamento biologico;
  • l’8% si dichiara disposto a praticare l’eutanasia anche illegalmente, senza richiesta esplicita del paziente
  • il 37% si dice disposto ad aiutare i pazienti a mettere fine a un calvario, anche ricorrendo al suicidio assistito.
  • il 76% degli infermieri credenti è favorevole all’eutanasia volontaria.

I risultati del sondaggio torinese confermano quelli emersi da un’indagine del Centro di Bioetica dell’Università cattolica di Milano, e di altri sondaggi:

  • il 4% dei rianimatori interpellati ha ammesso di praticare l'”iniezione letale” (illegalmente, sulla base di quello che dice loro la coscienza).
  • Il 92% degli italiani interpellati ritiene che sia necessario superare l’attuale normativa repressiva;
  • il restante 8% si dice contrario all’eutanasia.

Al riguardo, bisogna dire che vi sono differenze di posizione anche in seno ai favorevoli all’eutanasia: vi è infatti chi ne propone la legalizzazione, altri che invece parlano di depenalizzazione. Cinzia Caporale, del Comitato Nazionale di Bioetica e fautrice della depenalizzazione, commentando i risultati dei sondaggi, lamentò il fatto che i medici considerino più importante la legalizzazione – con conseguente regolamentazione – dell’eutanasia piuttosto che la sua depenalizzazione, a motivo del fatto che la legalizzazione darebbe loro una protezione legale, lasciandoli invece esposti in caso di semplice depenalizzazione, laddove essi avrebbero potere discrezionale. In definitiva, secondo Cinzia Caporale, la legalizzazione sarebbe più un paravento per i medici che un aiuto per i malati. Questa riflessione sul caso specifico si spiega meglio chiarendo la posizione più ampia della Caporale in merito alla dicotomia diritto-morale.

Da un sondaggio promosso dal quotidiano la Repubblica e condotto dalla rivista MicroMega emerse che 64% degli intervistati si dichiarò favorevole all’interruzione delle cure mediche per Piergiorgio Welby, come da lui richiesto, contro il 20% contrari. Anche il 50% dei cattolici praticanti risultò favorevole all’eutanasia, in netta controtendenza rispetto a quanto ordinato dai massimi esponenti della loro religione.

Casi controversi

Elena Moroni

Uno dei casi che senza dubbio fece più scalpore in Italia fu quello di un ingegnere di Monza, Ezio Forzatti, che il 21 giugno 1998 si introdusse nel reparto di terapia intensiva dove la moglie Elena Moroni, di 46 anni, si trovava ricoverata in coma irreversibile a seguito di un edema cerebrale. Egli aveva con sé una pistola scarica, che usò per minacciare il personale di servizio e tenerlo a distanza mentre staccava il respiratore che teneva in vita la moglie e, una volta accertatane la morte, si lasciò arrestare dagli agenti di polizia nel frattempo sopraggiunti.
Processato, Forzatti fu condannato nel giugno 2000 dalla
corte d’Assise di Monza a sei anni e sei mesi di reclusione. La richiesta del pubblico ministero era di 9 anni di reclusione, ma la corte riconobbe a Forzatti l’attenuante della seminfermità mentale. Al termine del successivo processo d’appello (aprile 2002), tenutosi a Milano, Forzatti fu ritenuto completamente in grado di intendere e di volere, e assolto perché il fatto non sussisteva.Tra le motivazioni della sentenza, decisiva fu quella secondo la quale i giudici considerarono la donna clinicamente morta al momento del distacco del respiratore. La sentenza d’assoluzione fu salutata positivamente da molti e, di converso, suscitò prevedibili polemiche da parte degli oppositori dell’eutanasia.

Eluana Englaro

Ugualmente dibattuto – in quanto, riguardo al quale, si parlò e si parla tuttora, benché impropriamente, di “eutanasia” – è il caso di Eluana Englaro, una giovane donna di Lecco in coma irreversibile dal 1992 a seguito di un incidente stradale avvenuto quando era poco più che ventenne: nel rispetto delle volontà espresse a suo tempo dalla donna, suo padre Beppino da tempo sta chiedendo la sospensione delle terapie e qualsiasi accanimento terapeutico. Propose il ricorso in sede giudiziaria, ma tale ricorso arrivò fino alla corte di Cassazione, da cui, nel marzo 2006, fu respinta con una motivazione tecnicistica: il ricorso non fu a suo tempo notificato ad alcuna controparte portatrice di un interesse contrario a quello di Eluana Englaro. Il ricorso era avvenuto ai sensi dell’articolo 32 della costituzione: «Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana».

A seguito di un nuovo ricorso del padre, la Corte di Cassazione ha rinviato il caso «ad una diversa sezione della Corte d’Appello di Milano». La sentenza (depositata il 16 ottobre 2007) stabilisce due presupposti necessari per poter autorizzare l’interruzione dell’alimentazione artificiale:

  • Occorre che «la condizione di stato vegetativo sia irreversibile e non vi sia alcun fondamento medico, secondo gli standard scientifici riconosciuti a livello internazionale, che lasci supporre la benché minima possibilità di un qualche recupero della coscienza».
  • Occorre altresì che sia provata in maniera chiara, univoca e convincente che il paziente, prima di perdere lo stato di coscienza, sarebbe stato contrario alla continuazione delle cure.

Qualora almeno uno dei presupposti non fosse verificato, la Corte stabilisce che il giudice deve negare l’autorizzazione ad interrompere l’alimentazione.

Giovanni Nuvoli

Giovanni Nuvoli, ammalato di sclerosi laterale amiotrofica e ormai completamente paralizzato, chiese più volte ai medici che gli staccassero il respiratore artificiale che lo manteneva in vita. Il medico anestesista Tommaso Ciacca, che il 10 luglio 2007 stava per eseguire le sue volontà, fu bloccato dall’intervento dei carabinieri di Alghero e della procura di Sassari. A seguito di ciò, il 16 luglio 2007 Giovanni Nuvoli iniziò uno sciopero della sete e della fame che lo portò alla morte il 23 luglio 2007.

Piergiorgio Welby

Il dibattito sull’eutanasia si è riproposto, alla fine del 2006, quando il citato Piergiorgio Welby ha chiesto che gli venisse staccato il respiratore che lo teneva in vita. Welby è morto il 20 dicembre 2006 per insufficienza respiratoria sopravvenuta a seguito del distacco del respiratore a opera del medico anestesista Mario Riccio, di Cremona. Questi, in una conferenza stampa tenutasi il giorno dopo, ha confermato le circostanze della morte di Welby e si è autodenunciato. La Procura della Repubblica presso il tribunale di Roma ha avviato un’indagine sul medico. Nel frattempo, il 1° febbraio 2007 l’Ordine dei medici di Cremona ha stabilito che la condotta tenuta da Riccio è stata corretta e non è meritevole di alcuna sanzione sebbene, anche in questa occasione, la notizia non abbia mancato di suscitare polemiche. Secondo alcune posizioni, espresse soprattutto nella Chiesa cattolica, in questo caso, si sarebbe impropriamente tirato in ballo l’argomento “eutanasia”, in quanto la questione riguardava solamente se fosse fondata la richiesta di Welby di sospendere qualsiasi terapia che lo tenesse in vita, incluso il distacco dal respiratore artificiale, cosa che lui, immobilizzato per via della distrofia muscolare, non poteva fare. Come per il caso Englaro, il ricorso era motivato dalla lettera del citato articolo 32 Cost.

Terri Schiavo

Negli Stati Uniti fece scalpore il caso di Terri Schiavo, in stato vegetativo persistente (PVS) dal 1990, al cui marito Michael la corte suprema dello Stato della Florida diede nel 2005 il permesso di sospendere l’alimentazione forzata. Anche in quel caso si discusse sulla correttezza dell’uso del termine eutanasia. La sospensione della terapia in casi di coma irreversibile o PVS è prassi normale negli Stati Uniti: il caso nacque perché i genitori di Terri si erano sempre opposti alla richiesta del genero, imputandola solo al suo desiderio di liberarsi della moglie. Terri divenne – suo malgrado – un oggetto di battaglia ideologico-politica tra i sostenitori del diritto alla vita a tutti i costi e quelli che sostenevano il diritto a una vita degna d’essere vissuta. Comunque, a metter fine alle polemiche, fu l’esame autoptico praticato sulla donna dopo la sua morte: l’esame medico-legale appurò che il cervello di Terri Schiavo pesava circa la metà di quello di una donna in perfetta salute della stessa età, che gran parte delle cellule era irrimediabilmente distrutta o danneggiata, e che essa era totalmente incapace di percepire alcun senso, tanto meno sentire o vedere.

Le legislazioni sull’eutanasia in vari Paesi del mondo

Italia

In Italia, l’eutanasia attiva è assimilabile, in generale, all’omicidio volontario (art. 575 c.p.). In caso di consenso del malato si configura la fattispecie prevista dall’art. 579 c.p. (Omicidio del consenziente), punito con reclusione da 6 a 15 anni. Anche il suicidio assistito è un reato, giusta art. 580 c.p. (Istigazione o aiuto al suicidio).

Attività parlamentare in Italia

Già nel 1984 il deputato socialista Loris Fortuna – autore nel 1970 della legge sul divorzio – presentò un progetto di legge al fine di disciplinare l’interruzione delle terapie ai malati terminali.

In seguito, sulla spinta dell’opinione pubblica e dei fatti di cronaca, 16 deputati dell’Ulivo presentarono nel 1999 un progetto di legge avente come titolo Disposizioni in materia di consenso informato e di dichiarazioni di volontà anticipate nei trattamenti sanitari. Con analogo titolo fu presentata, nel giugno 2000, una bozza di legge a cura dei senatori Verdi Manconi, Carella e Pettinato.

Una proposta di legge di iniziativa popolare fu presentata dai Radicali nell’agosto 2001, il cui titolo era esplicitamente Legalizzazione dell’eutanasia.

Nel corso dell’attuale legislatura sono state promosse varie iniziative legislative: tra le più rilevanti vi sono il progetto di legge d’iniziativa popolare a cura dell’associazione Libera Uscita, tendente a ottenere la depenalizzazione dell’eutanasia e l’introduzione del testamento biologico, ed un documento sull’interruzione delle cure promosso dalla Rosa nel Pugno. Il 19 dicembre 2006 è stato inoltre presentato dal senatore Villone il disegno di legge dal titolo “Disciplina del rifiuto di trattamento sanitario in attuazione dell’articolo 32 della Costituzione”, ancora in fase di discussione.

Europa

  • Austria. Esisteva una legge permissiva sull’eutanasia, ma fu abrogata nel 1977.
  • Belgio. Dal 16 maggio 2002 è in vigore una legge che disciplina l’eutanasia.
  • Danimarca. Le cosiddette “direttive anticipate” hanno valore legale. I parenti del malato possono autorizzare l’interruzione delle cure.
  • Germania. Il suicidio assistito non è reato, purché il malato sia capace di intendere e di volere e ne faccia esplicita richiesta.
  • Lussemburgo. Il 19 febbraio 2008 il parlamento del Granducato di Lussemburgo ha approvato una proposta di legge che prevede l’eliminazione delle sanzioni penali contro i medici che mettono fine, su richiesta, alla vita dei malati. In particolare, il provvedimento prevede che l’eutanasia venga autorizzata per i malati terminali e coloro che soffrono di malattie incurabili, solo su richiesta ripetuta e col consenso di due medici e una commissione di esperti. A questa data il Lussemburgo si colloca terzo, dopo Olanda e Belgio, ad aver legalizzato l’eutanasia.
  • Olanda. Dal 1994 l’eutanasia cessò di essere perseguita penalmente, pur rimanendo un reato. Nel 2000 i Paesi Bassi divennero il primo Paese al mondo a dotarsi di una legge che regolamentava l’eutanasia e dal 1° aprile 2002 la legge è in vigore.
  • Regno Unito. L’aiuto al suicidio è perseguito a norma del Suicide Act del 1961, anche se sul piano giurisprudenziale e giurisdizionale vi sono aperture consistenti all’eutanasia passiva. È attualmente in discussione alla Camera dei Comuni l’Assisted Dying for the Terminally Ill Bill (Legge sulla morte assistita per malati terminali), che permetterebbe una forma di suicidio assistito simile a quella prevista dallo statunitense Oregon Death with Dignity Act del 1997.
  • Svezia. L’eutanasia non è perseguita penalmente.
  • Svizzera. È previsto il suicidio assistito. Viene praticato al di fuori delle istituzioni mediche statali dall’associazione Dignitas, che accetta le richieste indipendentemente dalla nazionalità del richiedente. In Italia le informazioni sull’attività svolta dall’associazione Dignitas sono fornite dall’associazione Exit Italia.

Resto del mondo

  • Australia. In alcuni Stati le cosiddette “direttive anticipate” hanno valore legale. I Territori del Nord legalizzarono (1996) l’eutanasia attiva volontaria, ma il parlamento federale annullò tale provvedimento nel 1998.
  • Canada. Negli Stati di Manitoba e Ontario le direttive anticipate hanno valore legale.
  • Cina. Una legge del 1998 autorizza gli ospedali a praticare l’eutanasia ai malati terminali.
  • Colombia. Non esiste una legge specifica sull’eutanasia. Tuttavia, in seguito a un pronunciamento della Corte Costituzionale, la pratica è permessa.
  • Stati Uniti d’America. La normativa varia a seconda degli Stati. Le direttive anticipate hanno generalmente valore legale. Nello Stato dell’Oregon è possibile, da parte del malato, richiedere farmaci letali. Una regolamentazione specifica di tale materia è tuttavia bloccata per opposizione di un tribunale federale.
Eutanasiaultima modifica: 2008-07-05T18:05:00+00:00da pasqualecossai
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